Un viaggio esperienziale per conoscere il mondo del vino.

Antica Bottega del Vino a Cortina

Antica Bottega del Vino
La storica insegna veronese apre nella perla delle Dolomiti

Aperta da poco, il 30 dicembre scorso, l’Antica Bottega del Vino di Cortina d’Ampezzo si afferma già come uno dei riferimenti del gusto della località. L’apertura avviene in un momento chiave di avvicinamento ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026.

La nuova sede nasce nel solco della storica Bottega di Verona e ne condivide assetto proprietario e visione: anche il locale di Cortina è infatti di proprietà delle dieci aziende appartenenti all’associazione Famiglie Storiche – Allegrini, Begali, Brigaldara, Masi, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi e Zenato.

Situato in Corso Italia 147, il locale ampezzano è il risultato di un progetto completo di ristrutturazione di uno spazio di circa 300 metri quadrati, pensato per accogliere fino a 80 ospiti. L’ambiente, caratterizzato da un’atmosfera tipicamente montana, dialoga con l’architettura di Cortina e richiama al tempo stesso il fascino senza tempo della storica Antica Bottega del Vino di Verona.

Cuore pulsante del locale è, come da tradizione, la cantina, che custodisce oltre 1.500 etichette selezionate per raccontare l’eccellenza del vino italiano e internazionale. È attorno a questa identità che prende forma anche il menù della sede ampezzana, concepito come naturale estensione di quello veronese.

La proposta gastronomica valorizza piatti iconici, capaci di coniugare territorio e tradizione. Tra le preparazioni più apprezzate figurano la guancia brasata all’Amarone, simbolo della cucina veronese, e il Mont d’Or fuso con tartufo nero, piatto conviviale che dialoga con l’atmosfera alpina del locale.

Sul fronte dei vini, le etichette veronesi si sono confermate tra le più richieste, con Amarone e Ripasso della Valpolicella ai vertici delle preferenze, a rafforzare il legame con la sede storica e con il territorio d’origine della Bottega.

A commentare l’accoglienza riservata alla nuova apertura è Luca Nicolis, direttore generale dell’Antica Bottega del Vino:
«Il grande interesse dimostrato fin dai primi giorni dopo l’apertura ci ha confermato che Cortina era pronta ad accogliere il nostro progetto. L’attenzione e la curiosità del pubblico ampezzano ci hanno fatto sentire subito parte della città e ci hanno trasmesso entusiasmo e motivazione. Guardiamo ora con grande fiducia ai Giochi Olimpici Invernali: sarà un momento unico per Cortina e per tutto il territorio, e siamo felici di poterci arrivare con una Bottega già viva, riconosciuta e capace di parlare a un pubblico internazionale».

Con lo sguardo rivolto a Milano Cortina 2026, l’Antica Bottega del Vino di Cortina si prepara così a diventare un luogo di incontro tra culture, territori e appassionati, portando in alta quota l’eccellenza gastronomica e vinicola che da oltre un secolo rappresenta Verona nel mondo.

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Antica Bottega del Vino

Nata nel 1500 durante la Repubblica di Venezia, Antica Bottega del Vino prende il suo attuale nome nel 1890 con i Fratelli Sterzi, che mantengono l’affascinante stile ottocentesco, caldo e caratteristico che vediamo ancora oggi. Il locale diventa così uno dei punti di riferimento per la scena culturale di fine Ottocento e per gli amanti del vino, accogliendo ai suoi tavoli poeti, musicisti, letterati e artisti come Boccioni, ma anche giornalisti che vi si rifugiavano dopo una giornata in redazione. Nel 1957 il locale venne acquistato dalla famiglia Rizzo-Grigolo e si concentrò soprattutto sull’attività di ristorazione fino al 1987 quando arrivarono sulle scene Severino Barzan, che successivamente portò il modello della Bottega a New York con Giovanni Pascucci suo socio. La proprietà nel 2010 passa nelle mani delle allora undici Famiglie Storiche, che acquisiscono la Bottega del Vino salvaguardando la tradizione enologica del luogo simbolo di Verona. Il locale oggi è proprietà di dieci aziende che fanno parte dell’associazione: Allegrini, Begali, Brigaldara, Masi, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi e Zenato.

Famiglie Storiche

Famiglie Storiche è un’Associazione nata nel giugno del 2009 dall’unione di dieci storiche cantine della Valpolicella e che oggi conta tredici soci: Allegrini, Begali, Bertani, Brigaldara, Guerrieri Rizzardi, Masi, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Torre D’Orti, e Zenato. Tutti i membri sono prestigiose aziende vitivinicole che da generazioni sono testimoni attive del “mondo Amarone” e che condividono la stessa visione, basata su storia, artigianalità, legame col territorio e volontà di aumentare la conoscenza nazionale e internazionale dei vini prodotti in Valpolicella. Dieci aziende di Famiglie Storiche sono oggi proprietarie dell’Antica Bottega del Vino di Verona.

Rubino Wine Party 2026: vino, degustazioni e musica live nella cantina di Tenute Rubino

Rubino Wine Party
Sabato 23 maggio 2026 torna a Brindisi il Rubino Wine Party di Tenute Rubino: degustazioni wine & food, Oltremè Rosato protagonista, concerti, dj set e appuntamenti musicali nella cantina pugliese.

A Brindisi il vino torna a dialogare con la musica e con la dimensione dell’esperienza condivisa. Sabato 23 maggio 2026, a partire dalle 20, la cantina di Tenute Rubino ospiterà una nuova edizione del “Rubino Wine Party”, appuntamento che negli anni si è ritagliato uno spazio riconoscibile nel calendario enoturistico pugliese, intrecciando degustazione, cucina e programmazione musicale contemporanea.

L’evento, organizzato su prenotazione e a numero limitato, si sviluppa in tre momenti distinti. La prima parte della serata sarà dedicata all’esperienza Wine & Food, costruita attorno alle nuove annate dei vini bianchi e rosati della cantina brindisina. Al centro della degustazione ci sarà soprattutto “Oltremè Rosato”, etichetta simbolo della produzione rosata aziendale e vino legato al vitigno Susumaniello, varietà che negli ultimi anni ha contribuito in modo significativo alla ridefinizione dell’identità enologica del territorio di Brindisi.

Anche l’allestimento e l’atmosfera della serata richiameranno le tonalità cromatiche del vino, evocando i colori di un tramonto di inizio estate. La proposta gastronomica sarà invece affidata al team di Numero Primo, la vinoteca di Tenute Rubino, che proporrà una selezione di specialità del territorio in abbinamento ai vini della cantina.

La seconda parte dell’evento sarà scandita dalla musica live e dal dj set, con una line up che attraversa linguaggi differenti della scena contemporanea. Ad aprire la serata sarà Nikaleo, artista pugliese che unisce neo soul, R&B e hip hop in una ricerca sonora che negli ultimi anni l’ha portata su palchi nazionali come Uno Maggio Taranto, Locus Festival e Raffo Fest. Nel suo percorso figurano anche collaborazioni legate al mondo audiovisivo, con colonne sonore realizzate per Rai1, Rai Cinema e Rai3, oltre agli album Angelo Nero e Funktomatica.

A seguire arriverà il format internazionale Jealousy, costruito attorno all’immaginario musicale degli anni Duemila e a una selezione dance orientata alla dimensione club. Il finale sarà affidato a Chicco Giuliani, dj e producer attivo da anni nei principali circuiti house italiani, con esperienze in club come Villa delle Rose, Coconuts e Peter Pan e produzioni pubblicate da etichette internazionali come King Street Sounds e Hed Kandi.

Il Rubino Wine Party continua così a confermare una formula che punta a superare il semplice schema della degustazione tradizionale, trasformando la cantina in uno spazio di incontro tra vino, intrattenimento e cultura musicale contemporanea. Un modello che intercetta un pubblico trasversale — dagli appassionati di vino ai frequentatori della scena musicale — e che contribuisce a rafforzare il ruolo dell’enoturismo come esperienza sempre più ibrida e multidisciplinare.

Sono previste due modalità di partecipazione, entrambe su prenotazione:

  • Full Experience dalle ore 20: percorso Wine & Food e concerto (45 euro)
  • After Party dalle ore 22.30: due calici in degustazione e accesso al concerto (25 euro)

Per informazioni e prenotazioni: Tenute Rubino

Vini Vaganti torna a Lecce: degustazioni itineranti e produttori da tutta Italia

Vini Vaganti

Domenica 24 maggio torna a Lecce Vini Vaganti: degustazioni itineranti di vini naturali, produttori da tutta Italia e una nuova App dedicata all’evento

Due anteprime molto diverse tra loro hanno anticipato il ritorno di “Vini Vaganti” a Lecce: una più glamour e urbana (Mumati Gioielli), l’altra volutamente popolare e informale, con vino nei bicchieri da osteria e panini condivisi(Bar Euclide). Due modi differenti di intendere la convivialità che raccontano bene anche l’identità del format che trasformerà il centro storico in un percorso diffuso di degustazione e incontro con i produttori.

Dopo il debutto dello scorso anno, l’evento torna dunque nel capoluogo salentino confermando una formula che mescola passeggiata urbana, racconto enologico e scoperta gastronomica. Il meccanismo è semplice: acquistando il braccialetto d’ingresso, i partecipanti ricevono un calice personale e una mappa dei locali aderenti, costruendo liberamente il proprio itinerario tra enoteche, cocktail bar e cucine del centro.

L’aspetto più interessante del format, però, non è soltanto la degustazione illimitata, ma la presenza diretta dei produttori. Circa venti cantine provenienti da diverse regioni italiane saranno infatti ospitate nei vari locali coinvolti per raccontare vini, territori e approcci produttivi. Un’impostazione che sposta l’evento dal semplice consumo alla dimensione del dialogo: il vino come esperienza narrativa prima ancora che tecnica.

Il progetto nasce attorno alla figura di Natalino Del Prete, produttore di San Donaci considerato tra i pionieri della filosofia del vino naturale in Puglia, insieme alla figlia Mina Del Prete. Ed è proprio questa matrice artigianale a definire l’identità della manifestazione.

Ma cosa si intende, oggi, per “vino naturale”? Non esiste una definizione giuridica univoca, ma il termine viene generalmente utilizzato per indicare vini prodotti con un intervento minimo sia in vigna sia in cantina. Si prediligono pratiche biologiche o biodinamiche, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni e un uso molto limitato — o assente — di additivi e coadiuvanti chimici. Una filosofia produttiva che punta sull’artigianalità e su una forte espressione del territorio, pur restando al centro di un dibattito spesso acceso all’interno del mondo del vino.

Tra le novità di questa edizione c’è anche il lancio della App dedicata a “Vini Vaganti”, attraverso la quale sarà possibile acquistare il ticket con uno sconto del 10%, consultare la mappa interattiva dei locali e delle cantine presenti e mantenere un contatto diretto con produttori e vini anche dopo la conclusione dell’evento. Una scelta che prova a tradurre in chiave digitale un format nato invece attorno all’incontro fisico e alla relazione diretta.

«In tanti ci hanno chiesto di rifare Vini Vaganti, soprattutto per l’energia positiva che Lecce ha trasmesso ai produttori e ai partecipanti», spiega Mina Del Prete, sottolineando come l’App rappresenti anche uno strumento per immaginare future edizioni fuori regione e all’estero.

Più personale e quasi emotiva la riflessione di Natalino Del Prete: «Ho sempre voluto che i miei amici produttori di ogni parte d’Italia avessero la possibilità di farsi conoscere in Puglia, in maniera gratuita. Per me Vini Vaganti è un sogno che si avvera».

Il percorso leccese coinvolgerà numerosi indirizzi del centro storico. Il Bar Moro, anche punto di raccolta per il ritiro dei calici, ospiterà la pugliese Agricola Q; Vineria La Mara accoglierà Enoz dalla Campania e Distina dall’Emilia-Romagna; Al Ventuno proporrà i vini calabresi di Le Quattro Volte, mentre da Vico dei Bolognesi sarà presente Natalino Del Prete. Folia ospiterà Tenuta San Marcello dalle Marche e VinB dalla Sicilia; da Gioia ci saranno i vini veneti di Daniele Portinari; Vineria Popolare accoglierà Il Moralizzatore dal Veneto e Tap Room Mani di Luna dall’Umbria.

La Cucina di Mamma Elvira proporrà i vini di Supersanum (Puglia) e Gaia Felix (Campania), mentre Scante ospiterà Aia della Monache dalla Campania. Filiera riunirà invece Podere Trinci dalla Toscana, Andrea Occhipinti dal Lazio, Loco dalla Puglia e Terpin Wine dal Friuli-Venezia Giulia. Maniglia ospiterà Vini Leoni dall’Emilia-Romagna, Linciano accoglierà Podere Casaccia dalla Toscana e infine Bluebeat ospiterà Nevi Antolini dal Lazio.

Accanto all’appuntamento principale di Lecce, “Vini Vaganti” coinvolgerà anche altre città pugliesi con una serie di eventi off previsti il 23 maggio tra Bari, Ostuni, San Pancrazio Salentino e Carovigno.

Il ticket per le degustazioni illimitate costa 25 euro.
Tutte le informazioni sono disponibili su https://www.vinivaganti.com/

Calici in Fiore: a Lecce il brindisi di primavera tra rosati, profumi e convivialità

Calici in Fiore

Calici in Fiore: a Lecce il percorso tra vini rosati, degustazioni e primavera nel viale di Porta Napoli

Lecce inaugura la stagione più luminosa dell’anno con un appuntamento che intreccia vino, paesaggio urbano e cultura del gusto. L’1 e 2 maggio, dalle 17 fino a mezzanotte, il viale alberato che introduce all’arco di Porta Napoli si trasforma in un percorso sensoriale a cielo aperto: una passeggiata tra calici, colori e suggestioni primaverili.

Protagonisti sono i vini rosati, espressione identitaria di un territorio che trova proprio in questa tipologia una delle sue cifre più riconoscibili. Accanto alle etichette delle cantine più rappresentative, una selezione di street food locale accompagna la degustazione, contribuendo a costruire un’esperienza autentica, pensata per un pubblico eterogeneo ma attento alla qualità.

All’interno del percorso, spazio anche a momenti dedicati all’approfondimento sensoriale. Il Club Amici del Toscano, con l’esperto e ambassador Enzo Scivetti, introduce i visitatori alla cultura del sigaro Toscano e alle possibilità di abbinamento con il vino, ampliando il racconto enogastronomico in una direzione meno consueta ma coerente.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra BECool, DOC – Degustazioni Oltre Confine, I Gastrocalici Festival e Accademia di Alta Formazione IAFeM, con la partecipazione di AIS Lecce e il patrocinio del Comune. Una rete di soggetti che lavora in sinergia sulla valorizzazione del territorio, costruendo un format capace di tenere insieme qualità, intrattenimento e contenuto culturale.

Calici in Fiore si inserisce in un percorso più ampio: rappresenta infatti la naturale evoluzione di Calici in Villa Fest, evento che lo scorso agosto ha animato la Villa Comunale, registrando una partecipazione significativa. In questa nuova edizione primaverile, il progetto cambia scenario ma mantiene la stessa vocazione, trovando nel contesto di Porta Napoli un equilibrio tra storia, bellezza e fruizione contemporanea degli spazi urbani.

La scelta della primavera non è casuale. È una stagione che si presta a essere raccontata attraverso il vino: nei colori, nei profumi, nella leggerezza delle atmosfere. Il viale si configura così come un itinerario emozionale, da attraversare senza fretta, lasciandosi guidare dall’incontro con i produttori, dal dialogo con i sommelier e dalle storie che ogni etichetta porta con sé.

Più che un semplice evento, Calici in Villa Fest – Calici in Fiore si propone come un’esperienza condivisa, un invito a vivere la città in modo diverso, tra eleganza informale e senso di comunità. Un brindisi collettivo che mette al centro il territorio e il piacere dello stare insieme.

In Puglia nasce Appia Wine Road: il vino come racconto contemporaneo di un patrimonio millenario

Appia Wine Road

Brindisi, nasce Appia Wine Road: le cantine della Via Appia UNESCO fanno rete per l’enoturismo

Una linea che attraversa il tempo, più che lo spazio: è la Via Appia, la “regina viarum”, che da Roma arriva fino a Brindisi, in Puglia, e lì si apre al Mediterraneo. Oggi quella linea torna a essere attuale, non solo come traccia storica ma come infrastruttura culturale viva: nel luglio 2024 il suo tratto terminale è stato riconosciuto Patrimonio Mondiale UNESCO, sancendo il valore universale di un asse che nei secoli ha generato scambi, paesaggi e identità.

È proprio lungo questo segmento finale che nasce Appia Wine Road, associazione che riunisce sette cantine del territorio brindisino e salentino in un progetto condiviso di valorizzazione. Ne fanno parte Cantina Botrugno, Cantine Risveglio, Masseria Incantalupi, Masseria Masciullo, Tenute Bellamarina, Tenute Lu Spada e Tenute Rubino, realtà diverse per storia e visione ma unite da un obiettivo comune: costruire un sistema enoturistico capace di tenere insieme vino, paesaggio e cultura.

Alla guida dell’associazione è Romina Leopardi, di Tenute Rubino, a sottolineare fin da subito il carattere corale dell’iniziativa: non una semplice aggregazione, ma una piattaforma territoriale che mette in relazione imprese, comunità e patrimonio.

L’idea è chiara: riportare la Via Appia al centro del racconto contemporaneo, trasformandola in un itinerario di viaggio lento, immersivo, in cui il vino diventa chiave di lettura del territorio. Una strada nata per collegare e rendere efficienti gli scambi, oggi viene riletto come spazio che invita alla sosta, a comprendere i luoghi, a rallentare.

In fondo, è una continuità naturale. Già in epoca romana, lungo l’Appia e la Traiana, agricoltura e viticoltura erano risorse strategiche, e Brindisi rappresentava un terminale fondamentale per i traffici verso Oriente. Oggi quella stessa vocazione riemerge nelle vigne che costeggiano il tracciato, nei vitigni autoctoni, nelle masserie che punteggiano la campagna.

Appia Wine Road nasce proprio per mettere a sistema questa preziosa eredità, attraverso un’offerta integrata che include visite in cantina, degustazioni, esperienze culturali e itinerari tematici. Accanto alla promozione turistica, l’associazione guarda anche a progettualità più ampie: eventi, incoming internazionale, sostenibilità ambientale, collaborazioni con università ed enti, partecipazione a programmi di finanziamento.

Al centro, una consapevolezza condivisa: l’enoturismo non più come segmento accessorio, ma leva strategica di sviluppo. Non si tratta, infatti, soltanto di raccontare il vino, ma di costruire esperienze capaci di generare valore diffuso, dalla ristorazione all’ospitalità, dall’artigianato ai servizi, contribuendo anche alla destagionalizzazione dei flussi e creando opportunità per le nuove generazioni.

In questo scenario, Brindisi si conferma un crocevia naturale: città di porto, di partenze e approdi, oggi pronta a consolidare una nuova identità come destinazione enoturistica, nel segno di una cultura mediterranea che continua a rinnovarsi.

Le cantine: identità ed esperienze lungo l’Appia

Cantina Botrugno

Ultima cantina storica della città, affacciata sul porto e con una tradizione familiare che risale all’Ottocento, custodisce un patrimonio viticolo fortemente radicato nei vitigni autoctoni.
Esperienza: percorso dalla vigna alla bottiglia, con degustazioni e vista sul porto di Brindisi, tra racconto familiare e paesaggio.

Cantine Risveglio

Cooperativa storica fondata nel 1960, rappresenta una comunità di viticoltori che lavorano su suoli diversi dell’agro brindisino, valorizzando Negroamaro e Susumaniello anche in chiave contemporanea.
Esperienza: visita tra i filari e degustazioni tecniche, con attenzione ai ritmi agricoli e alla dimensione collettiva della viticoltura.

Masseria Incantalupi

Una storia familiare che attraversa generazioni, tra vigneti storici, palmenti e capasoni, in un contesto che conserva intatta la memoria agricola del territorio.
Esperienza: visita alla masseria con museo del XIX secolo, granaio messapico e chiesa affrescata, seguita da degustazione di vini e prodotti biologici.

Masseria Masciullo

Antica masseria seicentesca immersa nei vigneti, dove la produzione artigianale valorizza suoli calcarei e argillosi e vitigni autoctoni come Negroamaro e Susumaniello.
Esperienza: percorsi di visita in cantina e tra i vigneti, con degustazioni che restituiscono il carattere autentico del territorio.

Tenute Bellamarina

Azienda biologica situata lungo una delle direttrici dell’Appia, tra resti archeologici e paesaggi segnati dalla presenza romana, con vigneti su suoli argilloso-rossi ricchi di ferro.
Esperienza: visite guidate e degustazioni, con possibilità di camminate tra i vigneti per osservare tecniche agronomiche e varietà coltivate.

Tenute Lu Spada

Realtà giovane nata per recuperare un’area di grande valore paesaggistico, tra il lago del Cillarese e l’Adriatico, con un forte impegno su sostenibilità e biodiversità.
Esperienza: tour tra vigneti e cantina con vista sul lago e sul percorso dell’Appia, accompagnati da degustazioni ed eventi enogastronomici.

Tenute Rubino

Azienda di riferimento per il territorio brindisino, con una particolare attenzione al Susumaniello e una presenza articolata in diverse tenute, tra cui Jaddico, legata direttamente alla Via Appia Traiana.
Esperienza: visita in cantina e degustazione guidata, con possibilità di passeggiate tra i filari lungo l’antico tracciato romano.

Info su appia wine road

Salice Salentino DOC, 50 anni di storia

50 anni Doc Salice Salentino

Dal 1976 a oggi, mezzo secolo di Salice Salentino DOC tra storia, territorio e cultura.
Presentato al Museo Castromediano di Lecce il calendario degli eventi del Cinquantenario.

Era il 1976 e nel mondo succedevano cose che avevano tutte, in modi diversi, a che fare con l’idea di inizio.  Due ragazzi in un garage della California mettevano insieme i primi pezzi di quella che sarebbe diventata Apple; una donna, Tina Anselmi, entrava per la prima volta nella storia repubblicana italiana come ministro; nello spazio si cercavano segni e una fotografia della NASA, con un volto impresso sulla superficie di Marte, accendeva l’immaginazione collettiva, mentre gli Eagles consegnavano al mondo (e all’eternità)  Hotel California. Erano anni in cui si ridefinivano linguaggi, ruoli, visioni. Anni in cui il futuro sembrava potersi costruire a partire da un’intuizione forte, ma anche da un gesto collettivo.

In quello stesso tempo, lontano dai riflettori globali ma profondamente dentro una storia altrettanto decisiva, un territorio del Salento faceva qualcosa di simile: prendeva coscienza di sé. L’8 aprile 1976, con decreto del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, nasceva ufficialmente la Denominazione di origine controllata Salice Salentino. Un riconoscimento enologico, esito di un processo lungo, stratificato, condiviso.

Una denominazione che nasce da una comunità

La storia della Salice Salentino DOC non è lineare, e proprio per questo è interessante. Affonda le radici negli anni Cinquanta – come ricostruisce Rosario Faggiano su Spazio Aperto – quando, in questo lembo di Salento disteso tra vigne e terra rossa, la cantina Leone de Castris iniziò a imbottigliare un vino che portava già il nome del territorio, costruito intorno al Negroamaro con il contributo della Malvasia nera di Lecce.
In realtà, un passaggio decisivo era già avvenuto qualche anno prima: nel 1943, proprio qui, nasceva il primo rosato imbottigliato in Italia, anticipando una vocazione che nel tempo avrebbe trovato piena espressione.
Negli anni successivi, quel vino si afferma progressivamente e, insieme, cresce la consapevolezza di un’identità condivisa. È il territorio stesso – amministrazioni, produttori, cooperative – a chiedere formalmente la DOC già nel 1971. Una richiesta che insiste, si rafforza, si articola fino al 1976, quando il disciplinare viene finalmente approvato.
E nel 2003 nasce il Consorzio di tutela, oggi punto di riferimento per oltre 800 produttori che rivendicano la produzione di uve Salice Salentino DOC: un sistema che abbraccia un’area precisa – da Salice Salentino a Veglie, Guagnano, San Pancrazio Salentino e Sandonaci, fino a parte dei territori di Campi Salentina e Cellino San Marco – e che segna un ulteriore passaggio, decisivo, da individualità a visione condivisa.

Il vino come fatto culturale

Non è un caso che la celebrazione dei 50 anni sia stata presentata al Museo Sigismondo Castromediano, il più antico museo della Puglia. Una scelta che va oltre la funzione simbolica, per trasformarsi in una vera dichiarazione di metodo. Il vino, dunque, non viene raccontato solo come prodotto, ma come fenomeno culturale: stratificazione di pratiche, memorie, paesaggi, economie. Un elemento che attraversa il tempo e che, nel farlo, costruisce identità.

Il programma del Cinquantenario insiste con decisione su questo piano. Accanto agli appuntamenti più strettamente enologici – dal Vinitaly agli eventi diffusi tra degustazioni e showcooking – si sviluppa un calendario che mette al centro l’arte, l’archeologia, la narrazione.

Tra questi, spicca la mostra “Dioniso ebbro. L’arte del bere nell’antichità”, realizzata in collaborazione con il Museo Castromediano, allestita nel Convento Madonna della Visitazione – Biblioteca di Comunità di Salice Salentino.
Un percorso, insomma, che riporta il vino alle sue radici più profonde, nell’antica Messapia, tra VI e III secolo a.C.
A questo si affianca una mostra fotografica con immagini dell’archivio Giuseppe Palumbo, sempre in collaborazione con il Museo Sigismondo Castromediano, allestita presso le cantine socie del Consorzio;

Dioniso e la misura del vino

Parlare di Dioniso, in questo contesto, è un modo per rimettere il vino nella sua dimensione originaria.
Dioniso – o Bacco nella tradizione romana – è il dio del vino, ma anche dell’estasi, della trasformazione, della perdita e del ritrovamento di sé. Una figura ambivalente, che tiene insieme ordine e disordine, misura ed eccesso, lucidità e abbandono.

È il dio che insegna a fare il vino, ma anche quello che ne rivela il potere: non solo bevanda, ma esperienza. Non solo gusto, ma esperienza che trasforma. In questo senso, la scelta di inserirlo nel cuore delle celebrazioni è tutt’altro che decorativa.
Dice qualcosa di molto preciso: che il vino, prima ancora di essere analizzato, va compreso. E che la sua storia non è solo agricola o commerciale, ma profondamente umana.

Una rete che parla di futuro

Se il passato offre radici, il presente racconta un altro dato significativo: la capacità di fare sistema.
Il progetto dei 50 anni nasce infatti da una rete articolata che mette insieme Comune di Salice Salentino, Consorzio di tutela, GAL Terra d’Arneo e Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino, all’interno del programma “Radici Virtuose”, pensato anche come risposta alla ferita ancora aperta della Xylella.
Nel corso della presentazione, questo tema è emerso con chiarezza. Da più voci, diverse ma convergenti, è arrivato un messaggio preciso: la Salice Salentino DOC non è solo un risultato enologico, ma un patrimonio collettivo.
Il sindaco Cosimo Leuzzi ha parlato di un’identità profonda costruita nel tempo dal lavoro e dal sacrificio di intere generazioni; il presidente del Consorzio Damiano Reale ha insistito sulla necessità di fare sistema, mettendo insieme filiera, istituzioni e impresa per rafforzare il posizionamento del territorio; mentre Cosimo Durante, alla guida del GAL Terra d’Arneo, ha richiamato il valore di una visione condivisa, capace di trasformare un anniversario in uno strumento per progettare il futuro. Nella stessa direzione si inserisce anche l’intervento dell’assessore Luigi Palazzo, che ha sottolineato come questo traguardo rappresenti la capacità del territorio di tenere insieme tradizione e qualità, rafforzando al tempo stesso l’immagine del Salento sui mercati e nel racconto turistico.
Sullo sfondo, è emersa con forza anche la consapevolezza di un territorio che prova a ripartire: Pantaleo Piccinno, presidente del Distretto Agroalimentare Jonico Salentino, ha ricordato come la ferita della Xylella non sia stata solo economica ma identitaria, e come proprio da qui passi oggi la necessità di ricostruire un’immagine e una fiducia nuove.

Il tempo nel calice

A chiudere la presentazione – moderata da Michele Peragine e aperta dal benvenuto del direttore del Museo Luigi De Luca, alla presenza di numerose istituzioni che hanno voluto portare il proprio saluto e augurio, tra cui il prefetto Natalino Manno e direttore della Camera di commercio di Lecce, Mario Vadrucci – è stata una degustazione alla cieca condotta dalla wine expert Jlenia Gigante.
Un passaggio che ha restituito la misura concreta di questi cinquant’anni. Nel bicchiere, rosati e rossi riserva della DOC, anche con annate distanti tra loro: 2009, 2014, 2023. Un arco temporale sufficiente per osservare ciò che spesso si racconta ma non sempre si sperimenta davvero: il lavoro del tempo.

Il Negroamaro ha mostrato una delle sue qualità più interessanti: la capacità di evolvere senza perdere identità. I profumi si stratificano, si fanno più complessi; il frutto lascia spazio a note più profonde, speziate, talvolta terziarie; il sorso si distende, si armonizza, trova nuove forme di equilibrio. Anche i rosati – spesso letti in chiave di immediatezza – rivelano una tenuta sorprendente, giocata su tensione, sapidità, memoria aromatica. È in questo passaggio che emerge una riflessione inevitabile: il tempo non è un fattore accessorio, ma parte integrante della qualità.

Una presenza da (ri)costruire

È proprio da qui che emerge anche un altro dato, sottolineato con una certa franchezza da Jlenia Gigante: la presenza ancora insufficiente della Salice Salentino DOC nelle carte dei vini dei ristoranti del territorio. Un paradosso, se si considera il valore identitario di questa denominazione. Inserire questi vini in carta non è solo una scelta commerciale. È un atto culturale. Significa raccontare un territorio attraverso ciò che lo rappresenta davvero, costruire coerenza tra cucina e vino, offrire al cliente un’esperienza completa.

Dal punto di vista gastronomico, le possibilità sono ampie e tutt’altro che scontate:
i rossi trovano una naturale affinità con carni alla brace, ragù, selvaggina, ma sanno dialogare anche con piatti della tradizione contadina più asciutta; i rosati, grazie alla loro freschezza e struttura, si muovono con agilità tra mare e terra, accompagnando zuppe di pesce, fritti, formaggi freschi e piatti vegetali. Una versatilità che meriterebbe maggiore spazio, e soprattutto maggiore consapevolezza.

Cinquant’anni, e una direzione

Celebrare i 50 anni della Salice Salentino DOC, dunque, non come sguardo nostalgico al passato, quanto piuttosto come inizio di un percorso nel quale interrogarsi su ciò che può diventare.
Nel 1976 si trattava di dare un nome e una forma a un vino. Oggi, dopo mezzo secolo, la sfida è continuare a costruirne il valore: tenere insieme visione e radici, individualità e comunità, identità e cambiamento.

CALENDARIO 2026

Il programma celebrativo si articolerà nel corso dell’anno con una serie di appuntamenti:

  • 12 aprile – Celebrazione del 50° anniversario presso la sala istituzionale del Padiglione Puglia al Vinitaly di Verona. Oltre alle attività previste all’interno del Pad. 11 Regione Puglia presso lo Stand B1-2, la sala istituzionale della Regione Puglia e l’enoteca regionale curata da AIS Puglia, il Consorzio sarà anche protagonista di un fuori salone dal nome “Benvenuti in Puglia” presso la storica dimora Palazzo Verità Poeta in cui ci saranno banchi d’assaggio con focus sulla DOC ed un premio speciale dedicato in occasione del 50esimo anniversario della DOC Salice Salentino.
  • 15 maggio – Convegno di respiro nazionale ospitato dal Comune di Salice Salentino;
  • fine agosto – Appuntamento diffuso nel centro cittadino con showcooking e banchi d’assaggio dei vini DOC Salice Salentino;
  • Mostra fotografica con immagini dell’archivio Giuseppe Palumbo, in collaborazione con il Museo Sigismondo Castromediano, allestita presso le cantine socie del Consorzio;
  • Mostra archeologica temporanea dedicata al vino “Dioniso Ebbro. L’arte del bere nell’antichità”, in collaborazione con il Museo Sigismondo Castromediano, presso il Convento Madonna della Visitazione – Biblioteca di Comunità di Salice Salentino;
  • Attività collaterali dedicate all’educazione alimentare, all’arte e alla cultura del vino;
  • Settembre – Presentazione del libro a cura di Alfredo Polito sulla storia del Consorzio e del docufilm firmato da Edoardo Winspeare, dedicato al lavoro e alle persone che hanno contribuito a questo importante percorso.

Gran parte delle attività rientrano in “Radici Virtuose”, programma di rigenerazione economica, sociale e ambientale post Xylella fastidiosa, promosso dai Consorzi di tutela dell’Igp Olio di Puglia e delle Dop Primitivo di Manduria, Salice Salentino e Brindisi, finanziato dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste.

Il “Palio dei Mieri” paesani: tradizione, vino e comunità in festa a Nociglia.

Palio dei Mieri di Nociglia

A Nociglia, in provincia di Lecce, il vino torna a parlare la lingua più antica: quella della comunità. Succede sabato 11 aprile, sotto i portici del Palazzo Baronale, dove dalle 18 prende forma una delle feste più identitarie del territorio, il “Palio dei Mieri” paesani.

Nel cuore del centro storico, in Piazza Ruggieri, la competizione – volutamente “semiseria” – tra i cantinieri locali diventa il pretesto per rimettere al centro un gesto antico: fare il vino in casa. A decretare il migliore sarà una giuria popolare, chiamata ad assegnare il simbolico “mezzo quinto” d’oro, premio che più che un riconoscimento è un piccolo rito collettivo.

Ma ridurre il Palio a una gara sarebbe limitante. Qui il vino è soprattutto un dispositivo sociale, un modo per riconoscersi, per raccontarsi attraverso pratiche che resistono al tempo. Ogni bottiglia porta con sé una storia familiare, un sapere tramandato, una relazione diretta con la terra. E così, tra un assaggio e l’altro, si compone una mappa affettiva del paese, fatta di mani, stagioni e memoria.

Intorno al vino, come accade nelle feste più riuscite, si costruisce un paesaggio di sapori che è insieme quotidiano e celebrativo: i pezzetti al sugo, il formaggio, la “subbrataula”. I portici del Palazzo Baronale si trasformano per una sera in una sorta di “puteca de mieru” contemporanea, dove il tempo sembra rallentare e la convivialità ritrova una sua misura autentica.

Il “Palio dei Mieri” è, in fondo, questo: un momento in cui la dimensione privata del fare diventa patrimonio condiviso. Un modo semplice e potente per dire che il vino, prima ancora di essere racconto o mercato, resta un fatto profondamente umano.

L’iniziativa è promossa dall’Associazione Culturale Terrikate, con il patrocinio del Comune di Nociglia e la collaborazione della Pro Loco Farnese. Per informazioni: 335 612 8241.

Bianca dei Censi, il Fiano che celebra trent’anni di Garofano Vigneti e Cantine

Bianca dei Censi
Un bianco per celebrare un anniversario importante e raccontare, in un calice, la continuità di una storia familiare che da trent’anni attraversa il vino salentino.

A Copertino, nella piana vitata del Salento, la storia di Garofano Vigneti e Cantine si intreccia con quella di un uomo che ha cambiato il destino del Negroamaro. Severino Garofano, enologo irpino d’origine e salentino d’adozione, è stato tra i primi a intuire il potenziale nobile di questo vitigno, contribuendo a trasformarlo da vino da taglio a protagonista della rinascita qualitativa del Sud.

Fondata nel 1995, oggi l’azienda è guidata dai figli Stefano e Renata, che portano avanti quel lavoro con la stessa attenzione per la vite, per il territorio e per un’idea di vino capace di raccontare la Puglia con autenticità. A trent’anni dalla nascita della cantina, la celebrazione passa attraverso un nuovo progetto enologico: Bianca dei Censi IGP Salento, un Fiano in purezza che apre un capitolo diverso nella storia aziendale, storicamente legata ai rossi e ai rosati da Negroamaro.

«Abbiamo scelto questa varietà dopo diverse prove di vinificazione fatte nelle ultime vendemmie: la sua complessità e freschezza, i suoi profumi e il legame con la Campania, terra di origine di nostro padre Severino sono per noi il fil rouge che arricchisce la storia della nostra cantina», spiega Renata Garofano. Proprio quel legame familiare con l’Irpinia, culla storica di questo vitigno, aggiunge una sfumatura personale alla scelta di portare il Fiano anche nel racconto enologico della cantina.

Negli ultimi quindici anni il Fiano ha trovato nel Salento un habitat sorprendentemente adatto: i suoli argillosi della piana leccese e i venti che arrivano dallo Ionio e dall’Adriatico contribuiscono a preservarne freschezza e complessità aromatica.
«Ripartire non è ricominciare», osserva Stefano Garofano, «ripartire è un’evoluzione, un continuare, un portare avanti: ciò che è stato non scompare ma si trasforma».

Il nome del nuovo progetto rimanda a una memoria più antica. Nel Medioevo i terreni soggetti a tassazione erano detti ad censum: i tributi dovuti ai signori o agli enti religiosi venivano spesso pagati in natura, e il vino rappresentava la forma più preziosa di rendita. Bianca dei Censi richiama proprio quel rapporto antico tra lavoro umano e generosità della terra, trasformando una parola di origine fiscale in un racconto di identità e appartenenza.


Le uve provengono da vigneti situati tra i 30 e i 60 metri sul livello del mare, su terreni argillosi poggiati su banchi calcarei. La vinificazione è volutamente essenziale: pressatura soffice e fermentazione in acciaio a temperatura controllata, seguite da un affinamento sui lieviti per alcuni mesi – prevalentemente in acciaio, con eventuale passaggio in cemento – e da un breve riposo in bottiglia. Una scelta tecnica che privilegia nitidezza aromatica e precisione espressiva.

Note di degustazione

Nel calice Bianca dei Censi si presenta con un giallo paglierino brillante, attraversato da riflessi chiari e luminosi che ricordano la luce del mattino sulla battigia, quando il sole filtra nell’acqua sottile e la accende di riflessi chiarissimi.

Il naso è elegante e progressivo. Si apre su fiori bianchi, quasi come attraversare un giardino in primavera, con profumi che sembrano portati dalla tramontana. Poi il profilo si allarga verso la frutta fresca – mela, pera e un accenno di ananas – accompagnata da un soffio agrumato che richiama gli aranceti quando la zagara è nell’aria. Sul fondo affiora una traccia minerale sottile.

In bocca il vino cambia registro e mostra il suo lato più concreto. Non è un bianco civettuolo, ma nitido e preciso, con quella solidità che ricorda le mani della terra: gesti essenziali, ma sicuri. La freschezza entra con passo deciso e la sapidità diventa la vera spina dorsale del sorso, mentre la tessitura resta composta, quasi levigata. È proprio quella sapidità a riportare alla mente il vicinissimo Mar Ionio, in quei tratti di costa dove l’acqua è bassa, trasparente e luminosissima, e la salsedine resta sulla pelle dopo il bagno.
Il finale è pulito, con una scia salina e agrumata che invita naturalmente al sorso successivo.

Un Fiano salentino contemporaneo, luminoso e misurato, dove eleganza e concretezza trovano un equilibrio naturale.
Un vino che dimostra come evolvere significhi restare fedeli alla propria origine.

Elena Fucci, la concretezza del Vulture

Elena Fucci

La produttrice simbolo dell’Aglianico del Vulture, che sarà premiata come Wine Lady dell’Anno ai Wine Awards di Food and Travel Italia il 27 marzo, si racconta.

La mente che vola, i piedi ben piantati per terra. Proprio come una vite i cui tralci possono spingersi verso il cielo solo se le radici affondano salde nel suolo. Magari allevata a capanno vulturino, sistema antichissimo portato alle pendici del Vulture dagli Arbëreshë in fuga dall’Impero Ottomano. Elena Fucci è così: slancio e radicamento. Sorride, ringrazia con il calore che le appartiene. Poi il discorso prende forma, si fa lineare, concreto. È il Vulture: Sud nel cuore, montagna nel carattere.

Più che un traguardo, una responsabilità. Per Elena Fucci il titolo di Wine Lady dell’Anno, che riceverà ai prossimi  Wine Awards di Food and Travel Italia il 27 marzo, non rappresenta un punto d’arrivo, ma l’affermazione di una visione fondata su coerenza e concretezza. Il riconoscimento di un modo preciso di intendere il vino come impegno quotidiano verso il territorio. L’emozione è sincera, ma immediatamente disciplinata. «È un grande onore», dice, «ma è anche un impegno». La parola che ritorna spesso nella nostra chiacchierata è responsabilità.

«È un grande onore, ma è anche un impegno».

Verso la propria azienda, verso la famiglia, verso un territorio che non è semplice luogo produttivo ma matrice identitaria. La storia è nota, ma resta sorprendente nella sua origine emotiva. Estate 2000. In famiglia si discute la vendita dei vigneti e della casa in cui è nata e cresciuta, al centro di sette ettari e mezzo di Aglianico, a Barile, ai piedi del Monte Vulture. Lei ha diciannove anni, sogna di studiare ingegneria genetica. Poi il rischio di perdere quella casa diviene improvvisamente concreto. «Beata incoscienza», la definisce oggi. «Una folle di diciannove anni», si autodefinisce ripercorrendo quella svolta.

Ride spesso, quando si racconta, prima di tutto di sé stessa. Parla veloce, velocissima, con l’urgenza di chi per anni ha dovuto spiegare il Sud, poi la Basilicata, poi il Vulture, prima ancora di parlare del proprio vino. È un’energia luminosa, quasi vulcanica, la sua, ma sostenuta da una struttura mentale rigorosa. Concreta.

Da 1.200 bottiglie prodotte nelle vecchie cantine sotto casa nasce l’Azienda Agricola Elena Fucci, oggi una delle realtà più iconiche dell’Aglianico del Vulture e d’Italia. Accanto alla dimensione imprenditoriale, cresce quella istituzionale: Elena Fucci è presidente del Movimento Turismo del Vino Basilicata, ruolo che testimonia una visione che supera i confini aziendali e si estende alla costruzione di un sistema territoriale.

Se c’è una frase che sintetizza il suo equilibrio è quella del nonno Generoso, presenza fondamentale nel suo percorso. Quando negli anni cominciano ad arrivare i primi premi internazionali – Wine Spectator, Robert Parker, Tre Bicchieri – lui la guarda e le dice: «Elena, che il vino fai!». Una battuta che è diventata una bussola. Ridimensiona, riporta a terra, ricorda l’essenziale.

«Sono figlia di insegnanti e nipote di contadini».

«Sono figlia di insegnanti e nipote di contadini». È una definizione che racchiude un’etica. Dalla scuola ha ereditato metodo, precisione, senso della misura; dalla terra la concretezza. Non è un caso che, parlando della Basilicata, alterni passione e numeri: 131 comuni, due province, circa mezzo milione di abitanti. Non è un vezzo statistico, ma il segno di un pensiero strutturato.

Se il nonno Generoso è stato il riferimento professionale, le donne della sua famiglia ne hanno rappresentato l’ossatura morale. «La mia è sempre stata una famiglia matriarcale», racconta. Nonne, zie, madre: figure concrete, decisionali, amministratrici. «Se avevi bisogno di un consiglio, andavi da loro, mica dal nonno!». Non una leadership dichiarata, ma esercitata. Presenze che spiegano forse quella determinazione diretta, volitiva, che Elena stessa riconosce in sé.

Per quasi vent’anni ha prodotto un solo vino, Titolo. Una scelta controcorrente in un settore che spesso moltiplica le etichette per intercettare segmenti diversi di mercato. Nel tempo, accanto al cru originario, sono nate quelle che lei chiama “le sfumature del Titolo”: il rosato, l’anfora, il superiore, la riserva. Non nuove direzioni, ma variazioni sullo stesso tema.

La sua formazione, profondamente affine alla scuola francese, l’ha portata fin dall’inizio a pensare in termini di vigna: una singola parcella, un singolo vino, l’espressione più alta possibile di un luogo preciso. A Barile, a 600 metri sul livello del mare, nella parte più alta della denominazione, l’Aglianico del Vulture diventa un esercizio di verticalità e tensione.

«Voglio diventare un grande classico,
Il Valentino del vino».

È una dichiarazione che non ha nulla di modaiolo. Il suo mantra è chiaro: “moderna ma non modernista”. Moderna nella capacità di interpretare il territorio con consapevolezza tecnica e di aggiornare pratiche quando necessario; non modernista perché radicalmente fedele alla varietà e al luogo. Diventare un classico, allora, significa non inseguire le tendenze, accettare che la strada sia più lenta, talvolta più faticosa. «Le mode passano», dice, «ma i grandi classici rimangono». E per territori meno conosciuti, la coerenza richiede ancora più determinazione.

«Quando metti il naso nel bicchiere, deve venirti in mente il Vulture»: riconoscibilità non come formula stilistica, ma come identità. «Quando lo metti in bocca e senti acidità, mineralità, tannicità, eleganza, subito devi capire dove siamo. Siamo in alto». È un vino che porta dentro l’altitudine da cui nasce.

Il Vulture, del resto, non è solo un riferimento geografico. Qui lo chiamano “la montagna”. In arbëreshë, “Magli”. Non è una parola neutra, ma un’entità quasi morale: premio e punizione, vento e grandine, protezione e rigore. È un vulcano spento, eppure presente. Non erutta più, ma veglia. Segna il paesaggio, orienta il clima, decide le escursioni termiche, impone il suo ritmo alle stagioni. Elena ne parla come si parla di qualcosa che osserva e giudica. Amore e severità, insieme.

Con la stessa dualità Elena parla della sua regione. «Sono la più grande amante della Basilicata, ma anche la più grande critica». L’amore per il territorio, quindi, non coincide con l’indulgenza. Elena conosce ogni angolo della Basilicata e ne cita i numeri con precisione —  centotrentuno comuni, cento in provincia di Potenza, trentuno in provincia di Matera, poco più di 480.000 abitanti— raccontando le eccellenze con orgoglio. Ma proprio per questo ne è anche una critica severa.
«Noi Lucani abbiamo un po’ la convinzione di essere l’ombelico del mondo», osserva. «Abbiamo panorami straordinari, prodotti straordinari. E poi diciamo che non siamo valorizzati».

La sua domanda è semplice, quasi disarmante: «E chi ci deve valorizzare, se non ci valorizziamo noi?». Non è un richiamo polemico, ma una richiesta di maturità. L’ospitalità non è folclore, non è solo paesaggio. È servizio, competenza, lingue parlate, organizzazione. È la capacità di rendere la vita facile a chi arriva. Il panorama è magnifico, certo. Ma da solo non basta.
In un contesto segnato dallo spopolamento e da una densità demografica tra le più basse d’Italia, la Basilicata non può puntare sui grandi numeri. Può — e deve — puntare sulla qualità, sull’accoglienza competente, su un turismo consapevole.

Anche in vigna la parola chiave è coerenza. «Qui non facciamo viticoltura, facciamo giardinaggio». Non è una metafora poetica, ma una descrizione tecnica: vigneti di settantacinque, ottant’anni, lavorati interamente a mano. Potature, trattamenti, interventi estivi alle prime luci dell’alba. «Il mondo del vino deve tornare alla concretezza». Troppo storytelling, troppe narrazioni compiacenti. Serve etica del lavoro. Serve misura. E ancora una volta risuona la frase del nonno.

I progetti paralleli rafforzano questa visione. Sceg, che in arbëreshë significa melograno, nasce per salvaguardare vecchi vigneti e sostenere contadini anziani del territorio. Verha, “vino” nel dialetto locale, coinvolge piccoli produttori rimasti senza sbocco commerciale dopo il Covid, in un percorso di valorizzazione e conversione al biologico. Non semplici linee di prodotto, ma strumenti di continuità culturale. Raccontare quei nomi nel mondo significa raccontare Barile, la sua lingua, la sua memoria.

Il tema del rapporto tra donne ed enologia non la lascia indifferente. Il mondo del vino, osserva, resta ancora in larga parte maschile. Non per barriere formali, ma per una distribuzione quasi spontanea dei ruoli: molte donne scelgono comunicazione e marketing, ambiti fondamentali, mentre il cuore tecnico, agronomico ed enologico resta spesso presidio maschile. «Se non parli lo stesso linguaggio, resti ai margini della conversazione». Per lei la parità non è un principio astratto, ma presenza concreta nei luoghi decisionali e produttivi. L’autorevolezza nasce dal sapere, dalla competenza, dalla capacità di sostenere un confronto tecnico senza sentirsi ospiti nel proprio mestiere.
Quando le si chiede quale consiglio darebbe a una giovane donna che voglia intraprendere la strada dell’enologia di vigna e di cantina, la risposta sorprende per semplicità: studiare. Non fa distinzioni di genere. «Non ci si può improvvisare», dice. In un tempo in cui l’informazione sembra a portata di clic, la competenza richiede ancora più disciplina di prima. È lì che si gioca la vera parità.

Forse è proprio questa tensione tra energia e disciplina a spiegare la solidità del suo percorso.
Il riconoscimento di Wine Lady dell’Anno non suona per Elena Fucci come un traguardo, ma come un patto rinnovato con sé stessa e con la sua terra.
«Se qualcuno stappasse una bottiglia di Titolo senza sapere nulla di te, cosa dovrebbe sentire? »
«La concretezza».

La concretezza del luogo. Del lavoro. Della scelta di restare.
Volare sì, ma con i piedi per terra.

Il vino post-naturale, un libro che invita a pensare il vino oltre i soliti cliché

Il vino post naturale

“Il vino post-naturale”, interessante nuovo titolo di Edizioni Ampelos, a firma di Roberto Frega, professore universitario di Filosofia Politica all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Dal vino naturale si passa dunque al concetto di “post naturale”, ma – avverte l’autore – non è un’etichetta, piuttosto un paradigma.
La defnizione di vino naturale ha una sua storia: “nasce come rottura, cresce, si istituzionalizza e, infine, si consuma.
È quello che è accaduto al vino naturale, ormai ridotto a stile codificato più che a progetto critico. Il vino post naturale parte da questa consapevolezza per proporre un nuovo lessico del vino: quello che va oltre il vino naturale.”.

Il paradgima proposto nel saggio “Rilegge la tradizione senza idolatrarla, ne raccoglie l’eredità più autentica e la rilancia in un orizzonte in cui scienza e agricoltura dialogano. Il concetto principale non è più l’ideologia del “senza”, ma la qualità agronomica, la complessità
dei suoli, la responsabilità ecologica di chi coltiva.”
Roberto Frega unisce analisi storica, filosofia e osservazione sul campo per restituire al vino la sua duplice natura: oggetto agricolo e culturale, radicato nel territorio e capace di interrogare il presente. Un libro che invita a pensare il vino oltre i soliti cliché.
“Il vino naturale ha perso la sua spinta rivoluzionaria: ciò che era nato come gesto di rottura si è trasformato in un linguaggio codificato, in uno stile globale che replica se stesso. Il vino post-naturale nasce da questa constatazione e propone un nuovo orizzonte: il vino post-naturale.

Il post-naturale non è nostalgia né compromesso, ma un cambio di paradigma. Sposta lo sguardo dalla cantina alla vigna, mette al centro la responsabilità agronomica e un sapere tecnico riconciliato con la scienza. Non combatte vecchie battaglie, non si perde nelle diatribe sui solfiti: lavora sul terreno vivo, sulla complessità dei suoli, sulle pratiche agricole che rigenerano ecosistemi e paesaggi.

Roberto Frega racconta questa trasformazione intrecciando ricerca agronomica, analisi culturale e testimonianze di vignaioli di nuova generazione. Il libro restituisce al vino la sua dimensione più autentica: quella di un artefatto agricolo e culturale che guarda al futuro senza rinnegare la propria storia.

Così scrive Jamie Goode nella sua prefazione:

«Oggi ci troviamo nell’epoca del vino post-naturale. Il vino naturale resta certo una presenza stabile, ma il movimento originario si è definitivamente concluso: stiamo entrando in una nuova stagione in cui molte coordinate sono cambiate.

Questa è la storia che racconta questo libro, in cui l’autore ricostruisce l’ascesa e il declino del vino naturale con rigore accademico e con una profondità di sguardo che può nascere solo da una lunga immersione nel movimento.

Ma, a differenza di gran parte della pubblicistica sul tema, non si tratta di un resoconto “dall’interno”, scritto da un credente che parla ai convertiti. Molti discorsi sul vino naturale lo hanno definito soprattutto per opposizione, indulgendo in caricature del vino “convenzionale” o “chimico” che ripropongono cliché superati e, in non pochi casi, semplicemente falsi.

Qui, invece, l’autore mantiene la distanza vigile dell’osservatore: comprende il movimento, ne segue le ragioni, ma le sottopone a un esame critico di grande lucidità, inserendole in un quadro culturale più ampio tracciato con notevole finezza.

È una lettura imprescindibile per chiunque voglia capire che cosa sta davvero accadendo oggi nel mondo del vino.

Roberto Frega è professore universitario di Filosofia Politica all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Autore di importanti libri di filosofia come Le voci della ragione Teorie della razionalità  nella filosofia americana contemporanea (Quodlibet, 2009) e Le Pragmatisme Comme Philosophie Sociale Et Politique (Editions Le Bord de l’eau, 2015) da anni si occupa anche di cultura del vino. Appassionato conoscitore della scena enologica francese, nei suoi scritti fa dialogare vino e filosofia, intrecciando il pensiero accademico alle storie raccolte tra le vigne e le cantine.


Vino, i trend 2026 premiano il Lambrusco: Cantina Settecani punta sul Grasparossa di Castelvetro

Cantina Settecani

Vini più immediati, territoriali, capaci di accompagnare la cucina e rispondere a uno stile meno formale: sono le previsioni di Bloomberg sui consumi di quest’anno, che esaltano l’attualità del Lambrusco

Il 2026 si preannuncia come un anno importante per Cantina Settecani, ricco di novità che verranno presentate nei prossimi mesi e che porteranno la storica cooperativa a compiere significative azioni in comunicazione e marketing, rafforzando l’identità territoriale di questa realtà con il Lambrusco Grasparossa, vitigno simbolo della zona collinare di Castelvetro, nel modenese.

I primi giorni del nuovo anno si sono aperti con un’interessante sfida per l’intero settore del vino, che Cantina Settecani è pronta ad affrontare con le proprie interpretazioni di Lambrusco Grasparossa, in grado di coniugare qualità e giusto prezzo.

Secondo gli analisti di Bloomberg, che citano le previsioni dell’ultimo rapporto del Wine Market Council (US Wine Consumer Benchmark Segmentation Study 2025), si sta delineando un cambiamento evidente nei trend di consumo di vino: meno formalità e maggiore immediatezza saranno al centro delle richieste dei winelovers. In questo contesto, il Lambrusco, grazie alla sua precisa identità, si conferma come uno dei vini con le carte in regola per essere tra i più apprezzati dell’anno. Secco, gastronomico e profondamente territoriale, risponde perfettamente alle nuove esigenze del mercato, che prediligono gradazioni moderate, versatilità a tavola, prezzi accessibili e un’identità riconoscibile.

All’interno di questo scenario si inserisce il percorso di Cantina Settecani, da oltre un secolo punto di riferimento nella valorizzazione del Lambrusco Grasparossa di Castelvetro. Fondata nel 1923 da 48 viticoltori, la cooperativa modenese rappresenta oggi una delle realtà più significative del territorio, capace di coniugare tradizione, visione contemporanea e attenzione alla sostenibilità ambientale.

I vigneti di Cantina Settecani si estendono sulle colline di Castelvetro, in un mosaico di appezzamenti che spaziano dai calanchi alle altitudini superiori ai 400 metri, con suoli e microclimi differenti. Da qui nasce un lavoro di zonazione e selezione che permette di interpretare il Lambrusco Grasparossa nelle sue diverse espressioni, restituendo nel bicchiere complessità, struttura e identità territoriale.

“Il nuovo anno si è aperto con segnali molto interessanti che ci vedono sulla giusta via”, commenta Paolo Martinelli, presidente di Cantina Settecani. “La continuità dei riconoscimenti ottenuti negli ultimi anni dai nostri Grasparossa certifica il riscontro positivo da parte della critica e degli appassionati per questa storica tipologia, che appartiene al grande mondo del Lambrusco. Possiamo contare su una gamma di etichette, da quelle più tradizionali a quelle più innovative, capaci di rispondere alle attuali esigenze del mercato: bassa gradazione alcolica, capacità di sposarsi con molte preparazioni culinarie, accessibilità e identità. Il nostro Lambrusco è in grado di dialogare con autenticità sia con il consumatore italiano che internazionale”.