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Riccardo Cotarella, figlio dei tempi

Di
Pamela Raeli
-
9 Maggio 2025

Riccardo Cotarella, il nostro primo incontro anni fa a Milano. Al Four Season col grande Michel Roux. Principato, il direttore dell’hotel, mi dice: “sei al tavolo col produttore dei vini abbinati al menù della cena ed il suo enologo”. Ed ecco la scoperta…il produttore tale Bruno Vespa e l’enologo Riccardo Cotarella. Cosa potevo chiedere di più? Emozionata, quasi spaventata vicino a due colossi. Subito però rassicurata dal sorriso proprio di Riccardo… e da allora, giorno dopo giorno, ho avuto modo di conoscere quello che oggi considero un punto di riferimento nella mia vita. Penso sempre che qualcuno da lassù lo abbia avvicinato a me. Il bello del mio lavoro è proprio la possibilità di conoscere tante persone. Nel mio carattere poi la sensibilità di stupirmi ogni giorno andando a fondo nella ricerca di emozioni, di storie vere che a volte possono sfuggire ai più superficiali. Un confronto generazionale quello tra me e Riccardo, fatto di dialoghi, insegnamenti, rimproveri, contraddizioni. Un uomo forte che sa emozionarsi come un bambino, un Presidente che lascia trasparire la preoccupazione per tutti i suoi enologi, ma che lancia ogni giorno messaggi di presenza e positività. Un uomo figlio dei tempi, di tutti…e come dice la canzone da cui ho tratto il titolo scelto per questo articolo un ” Amico è tutto, è l’eternità”.

Chi è Riccardo Cotarella?

Sono una persona non più giovanissima, da 75 anni nel campo del vino. La passione per il vino ha condizionato tutta la mia vita. Nel mio lavoro ho trovato entusiasmo, ricerca, il contatto umano. Il vino è catalizzatore di passioni, non dà limiti alle esperienze.


Non solo vino, quali sono le tue passioni?

I miei interessi sono cambiati con l’età. Mi dedicavo allo sci, al calcio, alla pesca subacquea, sport che ora ho abbandonato. Ho una grande passione per i cavalli, ne ho sei, che tratto come dei principi, mi diverto a guardarli, a parlare con loro. Un’emozione unica poter passeggiare con il tuo cavallo nelle tue vigne… senti un’appartenenza doppia.. Poi ho scoperto che per l’andatura e la posizione sul cavallo puoi controllare le vigne come non potresti fare in nessun altro modo.

Che sogni avevi da ragazzo e quali hai ora? 

Ne avevo tanti, meno quello di fare l’enologo. Sono nato in un paese di 300 anime, l’unico passatempo erano gli amici, con loro avevo un forte legame. Eravamo un branco e come tale avevamo un capo, un punto di riferimento energico…che aveva deciso per tutti noi che dovevamo studiare per diventare geometri e ingegneri. Mio padre si oppose a questa mia intenzione e mi spinse verso l’enologia in un metodo che mi piace definire “Montessori modificato”. Ho amato la scuola di enologia, ho scoperto un mondo libertario al di fuori del mio paese.
I sogni oggi cominciano a diminuire. Da dieci anni che insegno all’Università di Viterbo, parlo con i giovani e trasmetto la mia esperienza. Ogni volta che si intraprende un percorso è brutto se questo dovesse terminare all’improvviso. Credo quindi che se riesco a trasmettere ai giovani, la mia professione continuerà tramite loro. Mi ricorderanno.

Cosa ti piace dei giovani?

Il loro entusiasmo, la loro passione sanguigna, la voglia di arrivare, i loro sogni più intensi con obiettivi concreti. Mi piacciono molto i giovani, specialmente i giovani enologi.


L’uomo che stimi di più?

Prima di tutti non posso che citare Mio padre. L’ho perso a 48 anni, ma porto con me i suoi insegnamenti: l’educazione, il rispetto per gli altri… e non posso che ringraziarlo ogni giorno per avermi spinto a fare l’enologo. Altro uomo importante nel mio percorso è stato Giacomo Tachis; da lui ho imparato molto, soprattutto che quando una persona si afferma non può sottrarsi ai giudizi degli altri, sia positivi che negativi. E ancora Robert Parker con cui ho avuto un intenso rapporto professionale durato più di dieci anni. Ho avuto l’onore di degustare con lui migliaia di vini. Ho apprezzato di quest’uomo il grande rispetto verso tutti i vini, dietro ai quali c’ è sempre il lavoro di qualcuno.Mi ha anche insegnato ad interpretare il mercato: bisogna fare i vini che piacciono alla gente che il vino lo beve.


La donna che ammiri di più?

Mi metti in difficoltà con questa domanda e lo sai…ma sì è giusto che io lo dica. È Dominga, la mia creatura. In lei vedo il meglio di me e di mio fratello Renzo. La sua passione, il suo modo di comunicare mi rendono un padre orgoglioso. E naturalmente ammiro anche le mie nipoti Marta ed Enrica…le tre ragazze sono una squadra vincente. Grande stima anche per Donatella Cinelli Colombini, una donna di rara saggezza nel nostro settore, sempre disponibile e con un grande equilibrio.

Cosa manca alle nuove generazioni per creare icone come te?

Secondo me nulla. Bisogna dare tempo al tempo. Negli anni Ottanta io ho avuto la fortuna di essere nel momento giusto, nel posto giusto e con le persone giuste. Ho colto una grande opportunità dal caso metanolo, approfittando di una tragedia. Il mio invito ai giovani oggi è proprio questo: non abbattetevi, tutto riparte. Pensate di rendere un problema un nuovo punto di partenza.


La tua canzone preferita?

Amo la musica di tutti i generi, ma ho sempre poco tempo per ascoltarla. Oggi scelgo “L’anno che verrà” del grande maestro Lucio Dalla, un vero e proprio inno di ritorno alla vita.

La canzone che dedicheresti ad una donna?

Sicuramente “Il Mondo” di Jimmi Fontana.


Cosa ti fa sorridere?

Tante cose, quando sto bene con gli amici, con la famiglia, qualunque cosa che mi dia relax. Stare con le persone giuste nel posto giusto.

Cosa ti fa arrabbiare?

In questo periodo la natura perchè non capisco il futuro. In generale il pressapochismo, la mancanza di cuore, l’ignoranza, tutto ciò che non mi fa sentire a mio agio.

Cos’è per te l’amicizia?

Il gusto della vita. Se non hai amici con cui condividere è triste, sei solo. Ho amici dai tempi della scuola con cui ancor oggi condivido tutto. E’ una sorta di simbiosi mutualistica.

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