Elena Fucci, la concretezza del Vulture

Elena Fucci

La produttrice simbolo dell’Aglianico del Vulture, che sarà premiata come Wine Lady dell’Anno ai Wine Awards di Food and Travel Italia il 27 marzo, si racconta.

La mente che vola, i piedi ben piantati per terra. Proprio come una vite i cui tralci possono spingersi verso il cielo solo se le radici affondano salde nel suolo. Magari allevata a capanno vulturino, sistema antichissimo portato alle pendici del Vulture dagli Arbëreshë in fuga dall’Impero Ottomano. Elena Fucci è così: slancio e radicamento. Sorride, ringrazia con il calore che le appartiene. Poi il discorso prende forma, si fa lineare, concreto. È il Vulture: Sud nel cuore, montagna nel carattere.

Più che un traguardo, una responsabilità. Per Elena Fucci il titolo di Wine Lady dell’Anno, che riceverà ai prossimi  Wine Awards di Food and Travel Italia il 27 marzo, non rappresenta un punto d’arrivo, ma l’affermazione di una visione fondata su coerenza e concretezza. Il riconoscimento di un modo preciso di intendere il vino come impegno quotidiano verso il territorio. L’emozione è sincera, ma immediatamente disciplinata. «È un grande onore», dice, «ma è anche un impegno». La parola che ritorna spesso nella nostra chiacchierata è responsabilità.

«È un grande onore, ma è anche un impegno».

Verso la propria azienda, verso la famiglia, verso un territorio che non è semplice luogo produttivo ma matrice identitaria. La storia è nota, ma resta sorprendente nella sua origine emotiva. Estate 2000. In famiglia si discute la vendita dei vigneti e della casa in cui è nata e cresciuta, al centro di sette ettari e mezzo di Aglianico, a Barile, ai piedi del Monte Vulture. Lei ha diciannove anni, sogna di studiare ingegneria genetica. Poi il rischio di perdere quella casa diviene improvvisamente concreto. «Beata incoscienza», la definisce oggi. «Una folle di diciannove anni», si autodefinisce ripercorrendo quella svolta.

Ride spesso, quando si racconta, prima di tutto di sé stessa. Parla veloce, velocissima, con l’urgenza di chi per anni ha dovuto spiegare il Sud, poi la Basilicata, poi il Vulture, prima ancora di parlare del proprio vino. È un’energia luminosa, quasi vulcanica, la sua, ma sostenuta da una struttura mentale rigorosa. Concreta.

Da 1.200 bottiglie prodotte nelle vecchie cantine sotto casa nasce l’Azienda Agricola Elena Fucci, oggi una delle realtà più iconiche dell’Aglianico del Vulture e d’Italia. Accanto alla dimensione imprenditoriale, cresce quella istituzionale: Elena Fucci è presidente del Movimento Turismo del Vino Basilicata, ruolo che testimonia una visione che supera i confini aziendali e si estende alla costruzione di un sistema territoriale.

Se c’è una frase che sintetizza il suo equilibrio è quella del nonno Generoso, presenza fondamentale nel suo percorso. Quando negli anni cominciano ad arrivare i primi premi internazionali – Wine Spectator, Robert Parker, Tre Bicchieri – lui la guarda e le dice: «Elena, che il vino fai!». Una battuta che è diventata una bussola. Ridimensiona, riporta a terra, ricorda l’essenziale.

«Sono figlia di insegnanti e nipote di contadini».

«Sono figlia di insegnanti e nipote di contadini». È una definizione che racchiude un’etica. Dalla scuola ha ereditato metodo, precisione, senso della misura; dalla terra la concretezza. Non è un caso che, parlando della Basilicata, alterni passione e numeri: 131 comuni, due province, circa mezzo milione di abitanti. Non è un vezzo statistico, ma il segno di un pensiero strutturato.

Se il nonno Generoso è stato il riferimento professionale, le donne della sua famiglia ne hanno rappresentato l’ossatura morale. «La mia è sempre stata una famiglia matriarcale», racconta. Nonne, zie, madre: figure concrete, decisionali, amministratrici. «Se avevi bisogno di un consiglio, andavi da loro, mica dal nonno!». Non una leadership dichiarata, ma esercitata. Presenze che spiegano forse quella determinazione diretta, volitiva, che Elena stessa riconosce in sé.

Per quasi vent’anni ha prodotto un solo vino, Titolo. Una scelta controcorrente in un settore che spesso moltiplica le etichette per intercettare segmenti diversi di mercato. Nel tempo, accanto al cru originario, sono nate quelle che lei chiama “le sfumature del Titolo”: il rosato, l’anfora, il superiore, la riserva. Non nuove direzioni, ma variazioni sullo stesso tema.

La sua formazione, profondamente affine alla scuola francese, l’ha portata fin dall’inizio a pensare in termini di vigna: una singola parcella, un singolo vino, l’espressione più alta possibile di un luogo preciso. A Barile, a 600 metri sul livello del mare, nella parte più alta della denominazione, l’Aglianico del Vulture diventa un esercizio di verticalità e tensione.

«Voglio diventare un grande classico,
Il Valentino del vino».

È una dichiarazione che non ha nulla di modaiolo. Il suo mantra è chiaro: “moderna ma non modernista”. Moderna nella capacità di interpretare il territorio con consapevolezza tecnica e di aggiornare pratiche quando necessario; non modernista perché radicalmente fedele alla varietà e al luogo. Diventare un classico, allora, significa non inseguire le tendenze, accettare che la strada sia più lenta, talvolta più faticosa. «Le mode passano», dice, «ma i grandi classici rimangono». E per territori meno conosciuti, la coerenza richiede ancora più determinazione.

«Quando metti il naso nel bicchiere, deve venirti in mente il Vulture»: riconoscibilità non come formula stilistica, ma come identità. «Quando lo metti in bocca e senti acidità, mineralità, tannicità, eleganza, subito devi capire dove siamo. Siamo in alto». È un vino che porta dentro l’altitudine da cui nasce.

Il Vulture, del resto, non è solo un riferimento geografico. Qui lo chiamano “la montagna”. In arbëreshë, “Magli”. Non è una parola neutra, ma un’entità quasi morale: premio e punizione, vento e grandine, protezione e rigore. È un vulcano spento, eppure presente. Non erutta più, ma veglia. Segna il paesaggio, orienta il clima, decide le escursioni termiche, impone il suo ritmo alle stagioni. Elena ne parla come si parla di qualcosa che osserva e giudica. Amore e severità, insieme.

Con la stessa dualità Elena parla della sua regione. «Sono la più grande amante della Basilicata, ma anche la più grande critica». L’amore per il territorio, quindi, non coincide con l’indulgenza. Elena conosce ogni angolo della Basilicata e ne cita i numeri con precisione —  centotrentuno comuni, cento in provincia di Potenza, trentuno in provincia di Matera, poco più di 480.000 abitanti— raccontando le eccellenze con orgoglio. Ma proprio per questo ne è anche una critica severa.
«Noi Lucani abbiamo un po’ la convinzione di essere l’ombelico del mondo», osserva. «Abbiamo panorami straordinari, prodotti straordinari. E poi diciamo che non siamo valorizzati».

La sua domanda è semplice, quasi disarmante: «E chi ci deve valorizzare, se non ci valorizziamo noi?». Non è un richiamo polemico, ma una richiesta di maturità. L’ospitalità non è folclore, non è solo paesaggio. È servizio, competenza, lingue parlate, organizzazione. È la capacità di rendere la vita facile a chi arriva. Il panorama è magnifico, certo. Ma da solo non basta.
In un contesto segnato dallo spopolamento e da una densità demografica tra le più basse d’Italia, la Basilicata non può puntare sui grandi numeri. Può — e deve — puntare sulla qualità, sull’accoglienza competente, su un turismo consapevole.

Anche in vigna la parola chiave è coerenza. «Qui non facciamo viticoltura, facciamo giardinaggio». Non è una metafora poetica, ma una descrizione tecnica: vigneti di settantacinque, ottant’anni, lavorati interamente a mano. Potature, trattamenti, interventi estivi alle prime luci dell’alba. «Il mondo del vino deve tornare alla concretezza». Troppo storytelling, troppe narrazioni compiacenti. Serve etica del lavoro. Serve misura. E ancora una volta risuona la frase del nonno.

I progetti paralleli rafforzano questa visione. Sceg, che in arbëreshë significa melograno, nasce per salvaguardare vecchi vigneti e sostenere contadini anziani del territorio. Verha, “vino” nel dialetto locale, coinvolge piccoli produttori rimasti senza sbocco commerciale dopo il Covid, in un percorso di valorizzazione e conversione al biologico. Non semplici linee di prodotto, ma strumenti di continuità culturale. Raccontare quei nomi nel mondo significa raccontare Barile, la sua lingua, la sua memoria.

Il tema del rapporto tra donne ed enologia non la lascia indifferente. Il mondo del vino, osserva, resta ancora in larga parte maschile. Non per barriere formali, ma per una distribuzione quasi spontanea dei ruoli: molte donne scelgono comunicazione e marketing, ambiti fondamentali, mentre il cuore tecnico, agronomico ed enologico resta spesso presidio maschile. «Se non parli lo stesso linguaggio, resti ai margini della conversazione». Per lei la parità non è un principio astratto, ma presenza concreta nei luoghi decisionali e produttivi. L’autorevolezza nasce dal sapere, dalla competenza, dalla capacità di sostenere un confronto tecnico senza sentirsi ospiti nel proprio mestiere.
Quando le si chiede quale consiglio darebbe a una giovane donna che voglia intraprendere la strada dell’enologia di vigna e di cantina, la risposta sorprende per semplicità: studiare. Non fa distinzioni di genere. «Non ci si può improvvisare», dice. In un tempo in cui l’informazione sembra a portata di clic, la competenza richiede ancora più disciplina di prima. È lì che si gioca la vera parità.

Forse è proprio questa tensione tra energia e disciplina a spiegare la solidità del suo percorso.
Il riconoscimento di Wine Lady dell’Anno non suona per Elena Fucci come un traguardo, ma come un patto rinnovato con sé stessa e con la sua terra.
«Se qualcuno stappasse una bottiglia di Titolo senza sapere nulla di te, cosa dovrebbe sentire? »
«La concretezza».

La concretezza del luogo. Del lavoro. Della scelta di restare.
Volare sì, ma con i piedi per terra.