Raro, prezioso, vivo: in Puglia la Vigna del Terzo Paradiso ridà forma ai vitigni dimenticati

Vigna del Terzo Paradiso

Nel vigneto artistico progettato da Ilaria Oliva per Villa Agreste, a Ostuni, il simbolo di Michelangelo Pistoletto incontra il recupero di varietà rare e quasi scomparse, facendo della biodiversità agricola un paesaggio culturale.

Raro, in viticoltura, non è soltanto ciò che si incontra di rado. È ciò che ha rischiato di scomparire dalla geografia dei campi, dalla memoria agricola, dal lessico stesso di un territorio. Un vitigno raro lo è quando sopravvive in pochissimi filari, quando del suo nome si trova traccia più nella storia di una denominazione che nel paesaggio, quando una pratica produttiva si interrompe. Prezioso diventa nel momento in cui viene riconosciuto, recuperato, rimesso a dimora: materia viva, capace di restituire valore alla biodiversità, alla cultura materiale e al paesaggio.

È dentro questa idea che si colloca la Vigna del Terzo Paradiso, il vigneto artistico che Villa Agreste ha inaugurato a Ostuni, in contrada Conca d’Oro, la mattinata del 25 giugno, giorno del novantatreesimo compleanno di Michelangelo Pistoletto. Un impianto viticolo che riproduce nella terra il simbolo del Terzo Paradiso elaborato dal maestro, tra i grandi protagonisti dell’Arte Povera, e che lo innesta in un percorso di recupero dei vitigni rari legati alle due denominazioni storiche del territorio: Ottavianello Ostuni DOC e Bianco Ostuni DOC.

Villa Agreste nasce come azienda olivicola, nel solco della tradizione della famiglia Iaia, olivicoltori da generazioni. La tenuta si trova nella piana degli ulivi millenari che da Carovigno arriva fino a Fasano, in una posizione sospesa tra Ostuni, la città bianca, e il mare Adriatico. Una collocazione che, già dalla metà degli anni Novanta, ha favorito anche un progetto di accoglienza rurale: alcuni locali tecnici del vecchio ipogeo medievale sono stati recuperati e destinati all’ospitalità, con quattro appartamenti di diverse dimensioni; un altro alloggio è stato ricavato da un semi-ipogeo immerso nella tenuta, oggi circondato da due vigneti.

Il vino arriva nel 2012, quando Enzo Iaia, commercialista votatosi alla campagna, sceglie di affiancare alla storia olivicola dell’azienda un progetto di vera e propria archeologia viticola. Vale a dire, un lavoro paziente sui vitigni quasi scomparsi delle DOC Ostuni: Ottavianello e Impigno, anzitutto, rispettivamente alla base dell’Ottavianello Ostuni DOC e del Bianco Ostuni DOC; e poi Notardomenico, per la bacca nera, e Francavidda, per la bacca bianca.

Sono vitigni che raccontano insieme un’identità precisa e la storia di una frattura: dopo l’istituzione delle due DOC, nel 1972, una serie di cambiamenti agricoli, economici e produttivi — compresi gli incentivi statali alla coltivazione dell’ulivo a scapito delle vigne — aveva contribuito a marginalizzare questo patrimonio. Per oltre quarant’anni molte di queste varietà sono rimaste nell’ombra, perdendo presenza nei campi e riconoscibilità nel racconto del territorio. Recuperarle significa allora intervenire sulla biodiversità, certo, ma anche su una memoria agricola che non appartiene solo al vino: riguarda il paesaggio, il lavoro, la cultura materiale, la possibilità stessa di leggere un luogo nella sua complessità.

Nel 2022, in occasione del cinquantesimo anniversario delle due DOC Ostuni, nasce l’idea di dare a questo percorso una forma ulteriore. Un segno capace di indicare una direzione futura: quella in cui le varietà rare smettono di essere presenze residuali e tornano a diventare patrimonio importante. Prezioso, appunto. Da qui l’intuizione di un vigneto che assumesse il disegno del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto.

Il Terzo Paradiso prende forma nel 2003, quando Michelangelo Pistoletto ne elabora il manifesto e ne disegna il simbolo: una riconfigurazione del segno matematico dell’infinito, composta da tre cerchi consecutivi. I due cerchi esterni rappresentano polarità e antinomie, tra cui natura e artificio; quello centrale è lo spazio generativo in cui queste dimensioni possono trovare una nuova relazione. “Il Terzo Paradiso è la terza fase dell’umanità, che si realizza nella connessione equilibrata tra l’artificio e la natura”, scrive Pistoletto. Dentro la Vigna del Terzo Paradiso, questa visione trova una traduzione agricola concreta: il disegno diventa impianto, il simbolo filare, l’equilibrio una pratica quotidiana di cura.

Non è un’immagine isolata, ma parte di una visione più ampia che trova nella Fondazione Pistoletto Cittadellarte uno dei suoi luoghi principali. Nata a Biella negli spazi dell’ex Lanificio Trombetta, Cittadellarte è un laboratorio artistico e culturale fondato sul rapporto tra libertà e responsabilità, in cui l’arte entra in relazione con i diversi ambiti della società. Ispirata al Manifesto Progetto Arte del 1994, la Fondazione ha sviluppato negli anni attività espositive, formative, di ricerca e pratiche condivise, contribuendo anche alla ridefinizione culturale e urbana di Biella, oggi Città Creativa UNESCO.

Il progetto della Vigna del Terzo Paradiso è a cura di Ilaria Oliva, Bibenda Executive Wine Master, collaboratrice di Villa Agreste e studiosa di arte contemporanea. A lei si deve l’intuizione di portare il simbolo di Pistoletto dentro la grammatica della vigna: un segno tracciato sulla terra sì, ma (soprattutto) un impianto vivo, fatto di filari, varietà rare, tempi agricoli, crescita e cura. Il progetto è stato sottoposto al vaglio del maestro e, ottenuta la sua approvazione, è stato realizzato con precisione fino a diventare oggi pienamente riconoscibile nel paesaggio.

La struttura del vigneto riprende i tre anelli del Terzo Paradiso. All’esterno, tutte le componenti ellissoidali sono costituite da filari di Ottavianello, il vitigno principe dell’Ottavianello Ostuni DOC. Nei due anelli laterali sono stati impiantati filari di Cigliola Bianca, varietà rarissima; nell’anello centrale trova posto il Marchione, vitigno della Valle d’Itria quasi estinto. L’area dell’impianto misura 24,5 metri di larghezza massima per 67 metri di lunghezza, per un totale di 1641 metri quadrati. Il corridoio esterno percorribile è di 180 metri lineari. La vigna si trova a 100 metri sul livello del mare, con vista sull’Adriatico.
Da questa vigna nascerà anche un Metodo Classico, di cui è stato presentato un primo assaggio in occasione dell’inaugurazione: le bottiglie, ancora in affinamento e con il nome per ora riservato, dovrebbero essere pronte a dicembre.

In questo incontro tra arte e agricoltura, il simbolo non resta dunque superficie. Diventa paesaggio coltivato. E la rarità non viene trattata come eccezione ornamentale, ma come responsabilità. Lo ricorda Enzo Iaia, titolare di Villa Agreste, per il quale interpretare con una vigna il simbolo del Terzo Paradiso significa dare un’ulteriore visione al pensiero che esso racchiude: il sogno di un mondo in cui natura e uomo riescano a trovare un equilibrio passa anche dal lavoro quotidiano nei campi, da un gesto agricolo capace di assumere un valore culturale.

Il futuro di Villa Agreste sembra muoversi proprio lungo questa linea: custodire le radici di un passato viticolo importante senza limitarlo alla nostalgia, lavorare in biologico, salvaguardare la biodiversità, inserire piccole vigne in un paesaggio già segnato da ulivi monumentali, mandorli, piante dai frutti rari. La Vigna del Terzo Paradiso nasce da qui: da un’idea di bellezza che non separa il disegno dalla terra, l’arte dalla fatica, il vino dalla memoria. E mostra come il raro possa diventare prezioso solo quando torna a essere vivo.